la mia giornata tipo
Credo possa essere davvero interessante e formativo descrivere come si svolge la mia giornata-tipo (si sente il sarcasmo..?).
Quindi, comincio a raccontare come vivo, così poi magari tiro le somme...
Mi alzo all'alba.
D'inverno mi alzo prima dell'alba.
Vengo strappato con violenza dal mondo protettivo dei miei sogni: è la sveglia, lo smartphone che suona, in bagno. Lo metto lì perché così sono costretto ad alzarmi subito, appena comincia a chiamarmi. Funziona benissimo.
Mi lavo, mi vesto approssimativamente e scendo a preparare la colazione per tutti.
Il caffè in moka è la prima cosa da preparare in assoluto: se non lo faccio, ho la sensazione che le cose mi sfuggano già di mano e che la giornata non sia partita nel modo giusto. Magari ne parlerò con lo psicologo. O magari anche no...
Accosto poco la tenda e sbircio dal finestrone: com'è il cielo, com'è il mondo fuori? Una talpa si è data un gran daffare stanotte, nel nostro minuscolo giardino. Me la immagino piccola e indaffarata, mi fa simpatia e so già che non vorrò fermarla: mia moglie non capirà.
Preparo la tavola con la tovaglia, i tovagliolini di carta e i cucchiaini. Metto sul tavolo qualcosa da mangiare: le solite cose confezionate, oppure dolci preparati la sera prima, se siamo stati in gamba.
Nel frattempo sento i primi rumori: mia figlia che si alza dopo di me; dopo 5 minuti scende mio figlio, con gli occhi ancora prigionieri del sonno. Hanno entrambi il viso ancora intorpidito, ma riescono a dirmi "ciao" in un modo che mi scalda: è uno sforzo, a quest'ora del mattino, cercare la voce per salutarmi, aprire una fessura per guardarmi, ma lo fanno.
E io sono contento di vederli, ma devo sforzarmi anche io, forse più di loro, per far uscire la voce e gracchiare un saluto: di mattina mi sento come fatto di argilla, di qualcosa di pesante, denso e fermo, difficile da smuovere. E sono il più delle volte di cattivo umore o, almeno, desideroso di silenzio e tranquillità: il mio risveglio è un processo che richiede i suoi tempi, i suoi spazi e i suoi silenzi...
Nel frattempo è scesa anche mia moglie.
Siamo tutti in silenzio, ancora in semi-letargo.
Metto sul tavolo anche i primi pensieri della giornata: "che colazione faccio oggi? Ma perché non riesco a cambiare abitudini? Perché non ho voglia di parlare? Perché mio figlio va a prendersi i biscotti, se ho fatto il dolce..? Mia figlia è dolce e sensibile, mio figlio è tanto diverso da me... chissà che non prendano i miei difetti. Perché mia moglie ha quella faccia? Oggi devo assolutamente andare a camminare...". E così via, tante cose che frullano1 in testa senza ordine.
Per ultima scende mia moglie, dicevo, e solo adesso che ripenso alla scena, sento come sia qualcosa di meraviglioso che si ripete ogni giorno. Eppure ci salutiamo in automatico, ognuno già con il pensiero alle cose da fare dopo, agli orari, e distratti a tenere d'occhio i ragazzi, a verificare che facciano tutto per tempo e non arrivino tardi ai loro impegni.
Forse è sufficiente esserci, vederci ritornare dal sonno e ricominciare ogni giorno.
Dopodiché, denti, giubbotto, scarpe, chiavi e infine scappo dalla porta con un "ciao" distratto e lontanto: come il suo, sicuri di rivederci più tardi.
Dare tutto per scontato: ci siamo dentro in pieno, lei e io.
Però ci salva la consapevolezza di questo, ogni tanto ci si sveglia e ci si guarda e si capisce che qualcosa manca.
A me manca abbracciarsi e guardarsi negli occhi, senza preoccuparsi degli orari, senza la necessità di parlarsi per forza.
Per fortuna ogni tanto mi sveglio e lo capisco.
E anche lei.